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La vera storia (nota dell'autore)

Luciano Berio
Opera e no

Non è facile raccontare La vera storia e non credo neanche sia utile, dal momento che si tratta di un lavoro che si racconta da sé. Infatti ho sempre pensato a La vera storia come a un lavoro di teatro musicale le cui intenzioni generali devono essere capite a un primo contatto, così come si capisce un libro quando lo si legge per la prima volta (sapendo però qualcosa del suo autore) o come si ascolta il racconto di una storia (sapendo però qualcosa di chi narra o canta quella storia). Se non avessi avuto timore di essere frainteso e di apparire scortese non avrei scritto neanche queste righe.
La vera storia è in due parti. Nella Parte I viene esposta per sommi capi una vicenda, un paradigma di conflitti elementari, espressi e rappresentati coi mezzi familiari di un teatro ove le cose si raccontano cantando: arie, duetti, cori ecc. Il testo della Parte II è identico a quello della Parte I ma è distribuito e segmentato in maniera diversa. Nella Parte II viene dunque proposta una trasfigurazione e, per certi aspetti, un’analisi di quel paradigma di conflitti elementari, in una prospettiva musicale e drammaturgica sostanzialmente diversa. La Parte I è un’opera (invece dei “recitativi” ci sono delle ballate), la Parte II no. Parte I e II espongono in maniera diversa la stessa cosa, come se due cantastorie proponessero una diversa versione dello stesso fatto dando una diversa funzione a una stessa struttura narrativa. Si potrebbe pensare a una delle due parti come al ritornello variato e anche la parodia dell’altra. Ma per quanto la Parte I tenda ad assumere le immagini e le scansioni di un racconto popolare, la Parte II tende a non raccontare più nulla: pensa alla Parte I. Nella Parte I, fatta di pezzi chiusi, predomina l’azione scenica: nella Parte II predomina l’azione musicale. Nella Parte I ci sono dei protagonisti, nella Parte II ci rimane solo la loro eco. Nella Parte I ci sono dei personaggi vocali (la voce del baritono, del soprano, del cantastorie ecc.), nella Parte II c’è una collettività vocale. La Parte I è reale e concreta, la Parte II è sognata. La Parte I abbraccia la scena operistica, la Parte II la respinge. La Parte I è ‘orizzontale’, la Parte II è ‘verticale’. La Parte I è estiva e all’aria aperta, la Parte II è invernale e in città. E così via.
Ma dov’è dunque la vera storia: nella prima o nella seconda parte? Non lo so. In chi guarda e ascolta potrebbe anche delinearsi la virtualità di una Parte III, forse più vera, simile, forse, a quella città e a quei giardini di Calvino che affacciano le loro terrazze “solo sul lago della nostra mente”.
Le origini di La vera storia si perdono nella mia storia personale, che è sempre stata attraversata dalla musica popolare (Quattro canzoni popolari, Folk Songs, Questo vuol dire che…, Coro, Il ritorno degli Snovidenia) e dal bisogno di scoprire ulteriori funzioni implicite in uno stesso fatto musicale (Chemins I-V e Corale). La vera storia è un po’ la sintesi di queste mie due preoccupazioni che tendono, assieme, alla ricerca di uno spazio musicale e drammaturgico aperto ma non vuoto, uno spazio cioè che possa essere abitato da figure e da protagonisti concreti sì ma anche mutabili: uno spazio che non sia abitato da fantasmi e da personaggi prigionieri di un libretto.
[1982]

Luciano Berio