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Concertino (nota dell'autore)

Concertino
per clarinetto, violino, arpa, celesta e archi (1950)

Ho composto Concertino quando ero ancora studente al Conservatorio di Milano, nella classe di Giorgio Federico Ghedini. Ricordo la profonda impressione che suscitò in me la musica strumentale di Ghedini, ed era inevitabile che questa influenza filtrasse nel mio lavoro.
Ci sono però anche altre ragioni a monte di Concertino: sono nato in una piccola cittadina vicina alla frontiera francese, lontana dai cosiddetti centri culturali. Ho vissuto lì fino a diciotto anni, accumulando nello studio tutte le conoscenze possibili sulla mia eredità culturale. Non ho mai subito negativamente il fatto di vivere in una città di provincia, ma nel 1945, con la fine del fascismo, ho provato dolore e rabbia nel realizzare quali e quanto profonde fossero state le privazioni culturali che mi erano state imposte dal regime. Nello stesso anno in cui compivo venti anni potei ascoltare per la prima volta in vita mia la musica di Schönberg, Milhaud, Hindemith, Bartók, Webern: le voci autentiche della mia eredità di europeo. Fino ad allora quei compositori, insieme a molti altri, erano stati banditi dalla «politica culturale» fascista. Il colpo che ne ricevetti fu a dir poco traumatico, e ho impiegato almeno cinque anni per superarlo. Pensavo, e lo penso ancora, che il modo migliore per affrontare le esperienze traumatizzanti sia sempre quello di viverle fino in fondo, e, se possibile, di esorcizzarle con i loro stessi mezzi.
Ecco dunque le premesse di Concertino, scritto nel 1950. Era uno degli ultimi esorcismi delle esperienze e degli incontri che ho avuto in quegli anni, e - credo - l’ultimo tributo che ho reso loro.

Luciano Berio