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Il Combattimento di Tancredi e Clorinda (nota dell'autore)

Il combattimento di Tancredi e Clorinda

Il Combattimento di Tancredi e Clorinda può essere considerato uno dei lavori più sperimentali di Claudio Monteverdi, non solo per le sue ben note scoperte ritmiche e strumentali (le note veloci e ripetute che si svilupperanno in seguito nel tremolo, il pizzicato, l’affermazione di un insieme strumentale unificato che diventerà poi «l’orchestra d’archi») ma anche per la concezione della musica e della rappresentazione drammatica come una sequenza rapida, discontinua e assai contrastata di situazioni e atteggiamenti. Il Combattimento di Tancredi e Clorinda si sottrae ad ogni tradizionale classificazione: è un’opera, ma anche un madrigale rappresentativo, un balletto ma anche una cantata, un documentario, un cinegiornale, ma anche un happening per l’aristocrazia veneziana del XVII secolo. Con una rigorosa economia di mezzi esso propone un tipo di drammaturgia che troverà la sua vera raison d’être solo tre secoli più tardi in alcuni aspetti del teatro epico di Brecht (il narratore di Monteverdi in realtà aiuta il pubblico ad analizzare i fatti nel momento in cui avvengono); nel teatro da camera di Stravinsky (soprattutto l’Histoire du soldat); nelle ricerche sulla rappresentazione scenica e nell’evoluzione degli anni ‘20 ai festival di Baden Baden e Donaueschingen e nei più recenti sviluppi del teatro musicale come entità distinta dall’opera.
Scrive Nino Pirrotta: «Il Combattimento di Tancredi e Clorinda appartiene all’alone dei generi drammatici che circonda la nascita dell’opera. Sebbene il suo progetto riferisca come il duello sia stato mimato nella rappresentazione originale di Palazzo Mocenigo a Venezia (circa 1626), la sua inclusione nei Madrigali amorosi e guerrieri di Monteverdi - il suo Ottavo Libro di Madrigali (1638) - indica la legittimità di una rappresentazione in cui, per usare le parole di un contemporaneo, l’azione è “vista dalla mente, a cui giunge attraverso le orecchie e non attraverso gli occhi”. Monteverdi, o il suo poeta, non sovvertì il testo del Tasso, ma ne mantenne la forma narrativa, astenendosi da una piena drammatizzazione. In questo modo vengono rispettati i commenti del poeta per quanto riguarda la lontananza spaziale e l’oscurità della notte che toglie ogni splendore di gloria ai due guerrieri, riducendo il loro duello a una progressione cieca di furore e rappresaglia collerica. Quest’ultimo aspetto offre al musicista un’ampia opportunità di dimostrare il suo stile concitato, il nome che dette all’estremo sviluppo dello stile recitativo richiesto dall’espressione delle passioni più violente, su cui scende la fine con l’autoinflitta disfatta del vincitore e, in un certo senso, l’apoteosi del perdente».
In questa mia edizione del Combattimento ho cercato di mantenermi il più vicino possibile alle convenzioni originali della rappresentazione e dell’orchestrazione: tenore (narratore), soprano (Clorinda), baritono (Tancredi), tre viole, violoncello e basso continuo.

Luciano Berio

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