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Fabio Fassone

Scrivere di Luciano mi provoca un turbamento terribile. Una fatica dolorosa, come sono stati questi dieci anni di sua assenza, apparente. Di fatto sospetto che non se ne sia mai andato. Sono sicuro, conoscendolo bene, che ha combinato un altro dei suoi ennesimi casini. Prendere tanti impegni contemporaneamente è sempre stata una sua forma di generosità. Anche quando decise di venire a Roma per dare una svolta concreta all’affare Auditorium disse, a noi che insistevamo perché lasciasse perdere, io lo devo fare. In silenzio, senza tanto inutile clamore, fece e fece fare. Era un uomo artigiano e amava la concretezza. Per dire meglio Luciano amava il rigore, frantumandone giornalmente le sue regole. In questo senso, come in senso musicale, aveva sublimato la tecnica. L’ultima volta che Luciano è salito sul palcoscenico lo ha fatto insieme a Renzo Piano, il 22 dicembre 2002, quando più di 2500 persone passarono la notte in fila per sperare di poter entrare in Sala Santa Cecilia - inaugurata la sera prima – e ascoltare i due amici di sempre parlare di Musica e Architettura. In quelle giornate convulse di gioia, a poche ore dalla conferenza gli avevo dettato i suoi appunti sparsi e lui si scrisse un memo che nella sua natura di sintesi è un ideogramma potente, meraviglioso. Fu un trionfo. In segno d’affetto chiese a Renzo di farmi un disegno e me lo regalò. Ci siamo salutati la sera tardi del 13 Maggio, era in clinica, con Talia. Chiamò a casa, rispose Domitilla; e chiese che stavamo facendo. Niente, veniamo a trovarti, che ti portiamo? Una bottiglia di whisky disse, e una cannuccia. I sigari li aveva. Luciano, «WHY?»

Fabio Fassone

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[Manoscritto di L. Berio con disegno di R. Piano; archivio privato di F. Fassone, per gentile concessione]