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Epifanie (nota dell'autore)

Epifanie
per mezzosoprano e orchestra (1959-1961; 1965)

Epifanie, composto dal 1959 al 1961 e rivisto nel 1965, è costituito da un ciclo di sette pezzi strumentali (A, B, C, D, E, F, G) che viene interpolato da un ciclo di cinque brani vocali (a, b, c, d, e). I testi dei brani vocali (un montaggio di citazioni proposto da Umberto Eco) sono tratti da Proust (a: À l’ombre des jeunes filles en fleur), Joyce (b: A Portrait of the Artist as a Young Man e Ulysses), Antonio de Machado (c: Nuevas Canciones), Claude Simon (d: La route des Flandres) e Brecht (e: An die Nachgeborenen). C’è però un testo che è legato all’inizio del pezzo orchestrale G: è una breve poesia di Sanguineti tratta da Triperuno.
I due cicli possono combinarsi tra loro in vari modi. I brani orchestrali possono essere eseguiti da soli seguendo ordini diversi (Quaderni per orchestra). I pezzi vocali possono essere invece eseguiti solo come epifanie nel flusso variabile del percorso orchestrale. I nessi e i contenuti dei testi potranno quindi apparire in una luce diversa a seconda della loro posizione nel ciclo strumentale. L’ordine scelto metterà in evidenza la loro diversità o la loro latente continuità (l’immagine dell’albero, per esempio, è un tema ricorrente). In maniera analoga, un certo ordine di successione dei brani orchestrali potrà evidenziare le costanti strutturali (per esempio le «rime» armoniche), mentre un altro ordine farà risaltare le divergenze. Io preferisco una distribuzione dei pezzi orchestrali che metta in rilievo le divergenze, e una distribuzione dei brani vocali che suggerisca invece un passaggio graduale da una situazione poetica orientata verso la trasfigurazione della realtà (Proust, Joyce, Machado) a una registrazione pressante dei ricordi (Sanguineti) e alla descrizione disincantata delle cose (Simon: la voce che parla viene inesorabilmente annullata dall’orchestra). Ultimi, i versi di Brecht, che non hanno nulla dell’epifania: sono il grido di rimpianto e di angoscia con cui Brecht avverte che talvolta bisogna rinunciare al fascino della parola poetica: quando essa, con la contemplazione, comporti il rischio del silenzio e quando suoni come un invito a isolare l’evento nella visione, dimenticando i nessi che quell’evento legano - e noi con lui - al mondo che i nostri atti costruiscono.

Luciano Berio